Questo articolo è apparso sul numero di Settembre di Progetto Cucina
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Attraversa oltre quattro decenni di progetti e successi italiani e internazionali la traiettoria professionale di Ferruccio Laviani, iniziata a Cremona, dove nasce nel 1960, e proseguita al Politecnico di Milano sotto la guida di maestri come Achille Castiglioni e Marco Zanuso. Dagli esordi nello Studio De Lucchi alle collaborazioni con Memphis, fino all’apertura del proprio studio milanese nel 1991, nel suo percorso Ferruccio Laviani ha saputo spaziare dall’architettura d’interni al product design, dall’art direction alla grafica. Una visione trasversale che si è tradotta in oggetti iconici, entrati stabilmente nelle collezioni museali, come le lampade Bourgie e Take, disegnate per Kartell, o il cabinet Good Vibrations, per Fratelli Boffi, acquisito dal Musée des Arts Décoratifs di Parigi. Il legame con Kartell, di cui è Art Director dal 1991, trova poi una sintesi nel progetto del Museo Kartell a Noviglio, premiato nel 2000 come miglior Museo d’Impresa con il Guggenheim Impresa & Cultura (poi aggiornato nel 2015 in una nuova configurazione espositiva).
Ma è nel rapporto con il sistema cucina che il lavoro di Ferruccio Laviani rivela una sintesi particolarmente efficace tra funzione e identità: dalle esperienze con Dada e Molteni C, alla progettazione di modelli come Quadrante e Hi-Line, i suoi progetti hanno contribuito negli ultimi anni a rinnovare il linguaggio della cucina contemporanea. Un percorso di successo che oggi vede l’architetto e designer alla direzione stilistica e artistica di DoimoCucine per occuparsi di ogni aspetto del brand: dalla progettazione delle cucine alla narrazione estetica e visiva, fino alla revisione del linguaggio aziendale. Un osservatorio privilegiato, che gli permette di cogliere tradizioni, innovazioni e nuove tendenze nel settore cucine.
Nel suo percorso professionale ha progettato oggetti e ambienti molto differenti. Una versatilità che nasce più dal rigore progettuale o dal bisogno di sperimentare?
Credo nasca da entrambe le cose. Da un lato c’è il desiderio di non ripetermi e di affrontare ogni progetto come una storia autonoma, con un proprio linguaggio. Dall’altro c’è sempre un metodo, una responsabilità professionale. Non penso mai al progetto come a un esercizio di stile: che si tratti di un interno, di una cucina, di un prodotto o dell’identità di un brand, cerco di capire quale sia la risposta più giusta per quel contesto. Lavorare con aziende diverse mi permette di esprimere parti differenti del mio modo di pensare, anche molto distanti tra loro. Il filo conduttore, però, resta sempre lo stesso: misura, funzione, immagine e una certa mia mano, che non deve diventare formula, ma denominatore comune.
Nessuna maniglia ma una gola per aprire e chiudere le ante. La forza di un progetto sta nei dettagli?
Sì, ma solo quando il dettaglio non è decorazione. Nel caso di Hi-Line 6, la gola non era semplicemente un modo per eliminare la maniglia: serviva a dare alla cucina un carattere più architettonico, grafico ed essenziale, migliorandone allo stesso tempo l’uso. Volevo una cucina semplice ma non povera, rigorosa ma non fredda, bella da vedere e utile per chi la viveva ogni giorno. Il fatto che Hi-Line abbia continuato a esistere e trasformarsi per molti anni dimostra che un buon progetto, se ha una struttura forte, può cambiare finiture, colori e tecnologie senza perdere identità.
In che modo Quadrante e Hi-Line 6 si sono allontanate dal concetto classico di cucina?
Quadrante prima e Hi-Line poi, nascevano dal desiderio di portare la cucina fuori da una logica puramente attrezzata, avvicinandola a un pensiero più architettonico. Con Quadrante, e prima ancora con Vela Quadra, mi interessava alleggerire il sistema, lavorare sui volumi, sulle sospensioni, sul rapporto tra blocchi funzionali e superfici operative. Hi-Line ha poi radicalizzato questa idea attraverso continuità, essenzialità e assenza della maniglia. Erano progetti che cercavano di rendere la cucina meno tecnica e più parte dell’ambiente domestico. Oggi, nel lavoro con DoimoCucine, questa riflessione continua, ma dentro un contesto diverso, dove la cucina deve essere insieme funzione, arredo, architettura e identità.
Sempre più spesso, oggi, la cucina è integrata al living: come cambiano le gerarchie progettuali?
Quando la cucina entra in relazione con il living, non può più essere pensata solo come una stanza tecnica. Diventa parte di un paesaggio domestico e quindi contano moltissimo proporzioni, volumi, luce, materiali, continuità con gli altri arredi e presenza anche quando non viene utilizzata. Detto questo, non credo esista una sola direzione: accanto alla cucina integrata c’è ancora chi desidera una cucina indipendente, molto funzionale e non necessariamente esibita. Con DoimoCucine, e in particolare con Impronta, mi interessa proprio lavorare su queste diverse tipologie, sviluppando soluzioni e ‘pelli’ capaci di adattarsi a modi di abitare differenti. La cucina oggi è sempre più vicina al su misura, non solo nelle dimensioni, ma nelle aspettative.
Quanto incide realmente la tecnologia sul design e quanto deve rimanere invisibile?
La cucina è da sempre uno degli ambienti più sensibili alla tecnologia. Molte innovazioni che oggi diamo per scontate hanno cambiato il nostro modo di usarla. Credo però che la tecnologia debba essere al servizio dell’uso, non dello show off. Come nelle automobili, c’è chi cerca qualcosa da esibire e chi è più interessato a prestazioni, praticità ed efficienza. Nelle cucine accade lo stesso. Personalmente penso che nessuno voglia davvero entrare in una cucina che sembra una centrale elettrica. La tecnologia deve esserci, aiutarci, consumare meno, essere intuitiva e integrata, ma anche saper scomparire. Anche nel lavoro con DoimoCucine, mi interessa una tecnologia necessaria, non una tecnologia usata solo per dichiarare modernità.
Sostenibilità e durabilità sono le sfide progettuali che ci attendono?
Sono già parte del progetto. Continuare a presentarle come novità rischia di diventare retorico: oggi un’azienda seria non può prescindere da questi temi. Nel progetto cucina la questione è ancora più evidente, perché convivono materiali diversi, componenti tecniche, elettrodomestici e superfici sottoposte a un uso quotidiano intenso. Per me durabilità significa anche non invecchiare troppo rapidamente dal punto di vista estetico e funzionale. Una cucina sostenibile è una cucina che non si desidera sostituire dopo pochi anni. Con Impronta per DoimoCucine ho cercato di raccontare anche questo: materiali naturali come il legno, la pietra o il marmo, non vanno considerati superfici perfette e immutabili, ma materiali vivi. Il loro invecchiamento, se corretto, non è un difetto: è parte della qualità e della vita dell’oggetto.
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Ferruccio Laviani. Foto di Simone Segalini




