Fabio Novembre: ecco come progettare la felicità

Direttore artistico di Driade, direttore scientifico di Domus Academy designer di mobili, architetto di interni ed esterni  ha anche trovato il tempo di progettare due cucine: una per Scavolini, l’altra, per casa sua.
La cucina della casa-studio di Fabio Novembre. Foto di Ferrero

Di seguito un estratto dall’articolo apparso sul numero di Aprile di Progetto Cucina.

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Nel suo portfolio c’è – letteralmente – di tutto: scenografie per tour musicali, ristoranti, boutique, discoteche, Casa Milan, il Padel Pavilion di City Life, il reparto pediatrico del Nuovo Policlinico di Milano. Oltre a centinaia di progetti (alcuni diventati iconici) tra sedute, lampade, vasi e mobili per brand come Kartell, Bisazza, Driade, B&B, Cappellini, Busnelli, Venini, Tommy Hilfiger, UNA Hotel.  Fabio Novembre, eclettico architetto e designer nato a Lecce nel 1966 che, dopo la laurea al Politecnico di Milano e qualche anno a New York per studiare cinematografia, ha iniziato il suo percorso di designer tra gli Stati Uniti e Londra. Oggi, alla guida di un grande Studio con sede a Milano, Fabio Novembre è direttore artistico di Driade, direttore scientifico di Domus Academy e membro del Comitato scientifico del Museo del Design alla Triennale di Milano. Ma ha anche trovato il tempo di progettare due cucine: una per Scavolini. L’altra, per casa sua. 

 

Il tuo percorso è segnato da esplorazioni creative in territori molto distanti tra loro. C’è un ‘filo rosso’ che le unisce? 

La curiosità. Come quella dei bambini: mio figlio più piccolo ha due anni e cento volte al giorno chiede: ‘perché?’. La curiosità è il motore che fa crescere. E, a differenza della fame, non si placa, è la fiamma che ogni volta mi porta a mettermi in gioco in modo diverso, ed è un grande privilegio poterlo fare perché l’alternativa sarebbe quella di annoiarsi ripetendo sempre le stesse cose, restando fedeli a un’immagine, una definizione. Poter tenere aperti tutti i fronti è davvero una grande fortuna.  

 

Al CES 2026, la più importante Fiera dell’elettronica che ogni anno si tiene a Las Vegas, ospite al Tech Forum di Samsung hai dichiarato: “L’obiettivo del design è la felicità”. Come la persegue? 

È bello che una multinazionale coreana come Samsung mi abbia coinvolto con l’obiettivo di ‘umanizzare’ i processi tecnologici: una richiesta che ha solleticato moltissimo la mia immaginazione. A volte scambiamo la ‘felicità’ per uno stato di vaga beatitudine; invece, la parola deriva dal latino ‘felix’ ed è legata alla produttività degli alberi e dei campi, quindi al lavoro, al ‘fare’. Per me la felicità è quella del progettista che usa le mani per disegnare, fare, costruire, ma anche quella di chi poi utilizzerà il frutto del tuo lavoro. Gli oggetti sono i nostri ‘esoscheletri della felicità’, le protesi utili ai nostri corpi e alle nostre menti per riposare, cucinare, lavorare, studiare, viaggiare… Alla parola felicità aggiungo anche ‘amore’. Quello verso gli oggetti, che non sono solo strumenti, semplici attrezzi d’uso, e che dovremmo amare di più. Possederne meno, ma prendercene più cura, farli durare nel tempo, tramandarli. È da un pezzo che la logica dell’‘usa e getta’ si è rivelata perdente.  

 

Pensando alla ‘felicità’, il pensiero va al Padiglione Pediatrico del Nuovo Policlinico di Milano, come lo hai immaginato? 

Ho pensato a una vera e propria Città dei bambini, con forme e colori rassicuranti che, attraverso le illustrazioni di Emiliano Ponzi, possano parlare ai pazienti di ogni età, dai neonati agli adolescenti. I corridoi sono concepiti come viali cittadini, con spazi di ‘decompressione’ per i genitori, e le stanze come luoghi caldi, famigliari e accoglienti, pensate per essere personalizzabili. Non solo un luogo di cura, ma uno spazio accogliente e di benessere.  

 

I tuoi lavori evocano mondi artistici e culturali molto precisi: arte e design come vasi comunicanti di un unico processo creativo? 

Come si dice, la polvere delle strade su cui hai camminato è sempre nelle tue scarpe. Io sono nato a Lecce, la capitale del Barocco, e i miei occhi sono pieni di questo, come della luce unica del Sud e del Mediterraneo. E sono italiano, intriso di riferimenti artistici e culturali che spaziano dalla Magna Grecia al futurismo fino a oggi, stratificazioni urbanistiche, architettoniche, cromatiche, artistiche che inevitabilmente affiorano, come nella maschera classica che compone la poltrona-scultura Nemo o negli arredi della collezione Venus, con all’interno una statua di Venere. 

 

Per Scavolini hai reinterpretato la linea bestseller degli anni Ottanta, Dandy. Una cucina dalle linee pulite, con ripiani a giorno e maniglie in plastica colorata. Come l’hai portata nella contemporaneità? 

Se si esclude la cucina di casa mia, questa è stata la prima volta che mi sono occupato di questo ambiente. È stato un lavoro lungo e interessante, preceduto da una bella indagine sul catalogo Scavolini per non tradirne i canoni estetici, mantenerne la semplicità giocando invece con il colore, già presente nella Dandy originaria. Aumentandone però l’intensità e portandolo in punti inaspettati come i comandi degli elettrodomestici, i rubinetti, le

Fabio Novembre @Livio Mancinelli

maniglie, i profili del tavolo. Non ho mai avuto paura del colore, il mio colore preferito è l’arcobaleno e ho tre figli che si chiamano Verde, Celeste e Rosso. Nella mia Dandy ho poi inserito un elemento a ponte, che abbraccia tutta la composizione, e una task-bar attrezzata, con spazi per le prese Usb e l’assistente vocale.  

 

Anche la tua cucina è tecnologica? 

Premesso che non so cucinare, quella di casa mia è soprattutto una cucina anticonvenzionale, figlia della mia ‘disco-culture’, in cui l’isola con i fuochi è la console del dj e la tavola – una lunga tavola per 13 commensali – la pista da ballo in cui amici e parenti chiacchierano, mangiano, si scambiano idee ed energia. L’ho voluta così in riferimento all’ultima cena, per infrangere il rito scaramantico di non sedersi mai a tavola in 13. Il tutto, cucina e tavolo, è un unico insieme realizzato su misura da Boffi, in corian bianco. Una cucina essenziale, ma attrezzata di grandi e piccoli elettrodomestici, alcuni a vista altri nascosti.  

 

Guardando all’offerta di arredi da cucina, ritieni che si potrebbe osare di più? 

La cucina deve assolvere a funzioni specifiche molto precise e, da quando sono nate le prime produzioni in serie, è rimasta sostanzialmente uguale a se stessa. Succede perché conformarsi è rassicurante, ma il designer, un esploratore per definizione, può – anzi deve – spezzare le regole, sparigliare le carte. Quindi sì, penso che nel progettare una cucina si dovrebbe osare di più.  

 

Una mano – in questo senso – potrebbe venire anche dall’AI? 

Assolutamente sì, la tecnologia offre nuove inimmaginabili opportunità: c’è davvero qualcuno che rimpiange il telefono a gettoni? I progressi tecnologici ci regalano il mistero e il piacere del disvelamento, ci permettono di sperimentare nuovi materiali. Per un designer scegliere un materiale è come fare il casting per un film, deve scegliere l’interprete giusto per la sua idea di narrazione e oggi, grazie all’intelligenza artificiale, dispone di una scelta molto più ampia. 

 

Sarà così anche domani? Le cucine continueranno ad avere un ruolo centrale nelle nostre case? 

La cucina è lo spazio del nutrimento e della cura ma anche quello della creatività e della convivialità. Tutte funzioni che resteranno sempre centrali, negli ambienti privati come in quelli collettivi e pubblici. 

 

Tra i tanti oggetti che hai disegnato non c’è ancora un elettrodomestico: quale ti piacerebbe progettare? 

È vero, non ho mai progettato elettrodomestici, mi piacerebbe. Anche qualcosa di piccolo, ma utile, come per esempio un semplice frullatore. Ogni progetto è l’occasione per una scoperta, una scintilla. 

 

Un’ultima domanda: oggi cosa definisce all’estero il Made in Italy? 

Ancora oggi, in tutto il mondo, c’è una grande attenzione per la storia, l’arte, la moda e il design italiani. Il nostro è un Paese unico al mondo, per il suo passato ma anche per la fortissima intelligenza manifatturiera. Non sappiamo solo disegnare nuovi oggetti, ma anche realizzarli con la massima cura, quella che il mondo ci riconosce. Ma non dobbiamo vivere di rendita. 

 

 

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