La Commissione europea ha presentato oggi, venerdì 17 luglio, l’attesa riforma del mercato delle emissioni nocive, noto con l’acronimo inglese ETS. La proposta viene incontro alle pressioni di alcuni settori industriali, fra i quali quello delle ceramiche, ma non modifica lo strumento
Il meccanismo ‘punisce’ le aziende più inquinanti obbligandole ad acquistare quote di emissione. Il paradosso è che così facendo le imprese europee perdono quote di mercato a favore dei concorrenti non UE, che non sono obbligati a pagare alcunché ma che inquinano altrettanto, anzi di più. L’inquinamento atmosferico globale rimane identico ma l’Europa perde base industriale, Pil e occupazione.
Nella riforma le imprese a rischio di delocalizzazione possono beneficiare di quote gratuite. La distribuzione non cesserà nel 20230 ma sarà legata ai progetti di riduzione delle emissioni inquinanti e alla loro realizzazione.
In venti anni, ossia da quando ha visto la luce, il mercato ETS ha generato entrate per 260 miliardi di euro. Il denaro è spesso andato a rimpinguare le finanze pubbliche degli Stati membri. La Commissione europea propone che almeno metà degli introiti sia obbligatoriamente utilizzato per finanziare progetti di decarbonizzazione.
Nel complesso la riforma del meccanismo pare molto più parziale di quanto richiesto dalle associazioni degli industriali. Il diavolo però sta nei dettagli che devono ancora essere chiariti, soprattutto per quel che riguarda la industrie come la ceramica dove l’impegno delle aziende ha raggiunto livelli di riduzione delle emissioni di gas serra che non sembrano ulteriormente migliorabili. Paradossalmente il settore che ha preso più sul serio la sfiuda della sostenibi9lità è penalizzato dai suoi stessi successi!
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